L’effetto di tornare a casa dopo 7 anni

L’effetto di tornare a casa dopo 7 anni

Un mese.
Mille emozioni.

Mentre sto scrivendo questo articolo sto cercando di trasformare lo tsunami di emozioni, che circola nel petto, in una cascata ordinata e comprensibile.

Voglio parlarti come parlerei ai miei amici, senza filtro, né pause né ritagli: infatti, nessuno ha bisogno di un collage di pezzi solo belli del viaggio ma tutti, me in primis, vogliono la realtà non infiocchettata.

Non è stato un viaggio facile ma proprio per questo l’ho temuto, amato, apprezzato, rispettato in maniera molto amplificata.

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Ho sempre portato con orgoglio il fatto di essere figlia di due culture così diverse e così contrastanti tra di loro ma, nonostante ciò, ultimamente sentivo cucito addosso più il suono dell’etichetta “metà italiana e metà filippina” piuttosto che sentirlo nel cuore.

Mi sentivo come se, negli ultimi 7 anni, la mia metà filippina si fosse rimpicciolita per fare spazio alla metà italiana.
Esisteva ancora, da qualche parte dentro di me, però era taciturna.

Mentre scorrevano immagini di luoghi familiari, giornate e sapori, la parte di me filippina ha iniziato prima a bisbigliare, poi a sussurrare forte ed infine si è fatta forza con toni sempre più alti per poi parlarmi a squarciagola. 

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I primi giorni, mi sentivo disorientata perché temevo di trovare una Manila diversa: infatti, 7 anni hanno portato corone d’alloro, fedi nunziali, battesimi, nascite; 7 anni hanno trasferito persone in paesi e continenti diversi; 7 anni si sono portati via anche le mie due bussole più importanti.
Pensavo che a Manila rimanesse poco di me.

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Eppure, una volta scesa dal taxi, arrivata in quel vecchio quartiere, circondato cavi elettrici come se fosse un quadro, mi sono rivista.
Ho rivisto la piccola bambina con gli occhioni a mandorla enormi che giocava sotto la pioggia a piedi nudi con i cuginetti e i vicini di casa.

Non è successo solo vedendo diversi luoghi ma anche assaggiando i cibi, partivano nella mia mente flash di ricordi nascosti in chissà quale angolo del cervello per agganciarsi alla mia identità.
Mi sentivo come quando si cerca qualcosa, senza successo, in casa per poi ritrovarla, mesi dopo quando non se ne ha più bisogno.
Trovavo le cose senza cercarle e piano piano univo i vari pezzettini.
E poi ho capito: Manila è la mappa della metà di me.
E io non guardavo da troppo tempo la mappa a tal punto da non ricordami i suoi suoni, sapori, odori, colori.
E io non guardavo da troppo tempo la mappa a tal punto da non sentirla come mia.
E io non guardavo da troppo tempo la mappa a tal punto da non ricordarmi l’effetto calmante del rumore del mio oceano.

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Prima di partire, credevo di non aver bisogno di questo viaggio spaventata da mille timori. 

E invece mi sbagliavo: infatti, è stata la cosa migliore che io abbia mai fatto in vita mia perché era un viaggio verso me che ha portato equilibrio, risposte, pace.

È stato un viaggio importante che temevo di fare senza l’altra metà del blog ma, solo ora, nonostante la mancanza, capisco che sarei rimasta a fissare un quadro, intenta più a farlo comprendere a lui, senza buttarmici dentro rischiando di non comprendere così a fondo me stessa.

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È stato un viaggio importante che temevo di fare perché, nonostante il timore di non riuscire a far il passo avanti lasciandomi alle spalle momenti congelati di felicità, dovevo salutare le mie due bussole.
Ho messo solo un freno al cuore solo riguardo a loro due: infatti, non sono mai salita al piano di sopra, dove c’era la loro stanza, perché nel labirinto di ricordi mentali voglio custodire gelosamente le canzoni cantate con nonno mentre nonna mi pettinava i capelli.

È stato un viaggio importante che temevo di non essere in grado di gestire ma in realtà non capivo che fosse necessario per far accrescere la parte filippina calpestata dalla dominante parte italiana.

In questo mese non sono stata solo viaggiatrice ma anche nipote, cugina, madrina, vicina di casa.
È così importante dire vicina di casa? Si, perché nelle Filippine i vicini di casa sono un prolungamento della famiglia e vengono trattati come tali con rispetto ed affetto.
E fidatevi di me quando vi dico che rivedere alcuni vicini di casa mi ha fatto piangere di gioia come se fossero sangue del mio sangue.

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Avere una famiglia così numerosa – 5 fratelli e 13 cugini – a portata di mano e non più a portata di display è una sensazione meravigliosa.
Ciascun cugino ha una personalità unica e nessuno tra di noi si assomiglia come pensieri, interessi, percorsi e questo ha arricchito molto le mie giornate.
Non mi sono solo ritrovata ma ho aggiunto tasselli nuovi alla mia mappa: infatti, ho conosciuto Jake che, 7 anni fa, era solo un calcio che sentivo quando mi appoggiavo al pancione di zia Lisa; ho conosciuto il mio nipotino con le guanciotte che fanno tenerezza a chiunque e a cui ho fatto da madrina; ho conosciuto le strade che hanno fatto i miei 13 cugini, contando solo quelli di primo grado, in tutti questi anni; ho conosciuto nuovi angoli del mio paese che stanno entrando nei cuori di tanti turisti.

 

 

 

 

Mi sono compresa fino in fondo perchè guardando i filippini, ho capito che faccio certe cose e penso in certi modi perchè ho incanalato, in qualche modo, la loro cultura, i loro pregi e difetti.

Ho sempre pensato che la frase “sentire il petto scoppiare di felicità” fosse un modo di dire ma posso dirti che ho vissuto veramente momenti talmente belli da sembrare un sogno.

Posso dirti che ho vissuto pienamente questo mese mettendo all’inizio la prima marcia per poi correre in quinta senza pensare, senza frenarmi, senza smettere di essere felice.

Posso dirti che ho capito che nonostante io possa essere in Italia o a Manila non mi sentirò mai completamente a casa perchè in entrambe sentirò sempre, in fondo al cuore, la nostalgia dell’altra.
Se le persone normali hanno le radici in un posto solo, allora io sono un albero con due radici trapiantate ai lati opposti del mondo che porterò sempre con orgoglio e nostalgia nel pensiero e, involontariamente nei miei modi di fare, pensare e nei valori.

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12 pensieri riguardo “L’effetto di tornare a casa dopo 7 anni

  1. Mi sono emozionata. Di nuovo, durante la lettura, sei uscita da questo piccolo schermo e mi ci hai portato dentro con te. Lo fai sempre. Ed è questo il bello di leggerti. ❤️

  2. Che viaggio intenso! Per la durata, per la distanza ma soprattutto per le emozioni che hai vissuto. Deve essere molto affascinante appartenere a due culture diverse ma immagino che allo stesso tempo la cosa del non sentirsi mai a casa da nessuna parte non sia semplice da affrontare.
    Bentornata, e spero di leggere presto altri racconti del tuo viaggio 🙂

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